Joaquín Sánchez

È nato in Paraguay ma risiede in Bolivia. Sono questi due grandi Paesi sudamericani che hanno visto la formazione e la produzione artistica di Sánchez, costituendo lo scenario di cui è protagonista attivo.

L’opera di Sánchez è incentrata sulla creazione di narrative visive utilizzando ogni genere di supporto e di strumenti. È infatti un artista multidisciplinare che usa come materiale di lavoro il cinema, il video, gli oggetti, le installazioni e le performance.  Decontestualizza gli oggetti per contestualizzare la soggettività, tracciando un arco che parte dall’attenta osservazione per arrivare alla cultura materiale ancestrale e alle pratiche rituali delle comunità andine odierne, un’azione che ha fatto di lui un narratore che procede lungo un presente che costruisce tracce per il passato di coloro che verranno. Questi segni e queste tracce sono le sue opere che dialogano con un futuro percepibile attraverso l’opera degli abitanti ancestrali delle terre americane, come se fossero dei reperti archeologici contemporanei.

Testimonianza del suo lavoro è il futuro del passato presente nel migrante che riconosce la propria casa come la somma delle proprie temporalità corporali. Un percorso che non è esente da conflitti tra i vari lasciti che rendono il Cammino Principale Andino una realtà storica che diventa un patrimonio riconosciuto al di là delle Ande.

Una delle sue opere più rilevanti è “Illa”, che fa propria l’iconografia del “Torito de Pukará”, una figura zoomorfica che gli abitanti delle zone rurali delle Ande posizionano sui tetti delle case affinché porti fertilità e benessere a coloro che vi dimorano, un connettore tra l’umanità e la divinità, un modo di intendere la creazione artistica come un contatto spirituale del creatore con il mondo. Segue la stessa linea un’altra sua opera presente in mostra, “Canto de la lluvia” (Canto della pioggia), una serie di fotografie aventi per soggetto delle patate –  il tubero di cui le Ande hanno fatto omaggio al mondo – e gli abiti delle donne andine, elementi che sparsi sul territorio tracciano una geometria vitale, testimone muto di un divenire quotidiano che si erge oltre i corpi per assurgere a simboli di quel modo di abitare.

Joaquín Sánchez

È nato in Paraguay ma risiede in Bolivia. Sono questi due grandi Paesi sudamericani che hanno visto la formazione e la produzione artistica di Sánchez, costituendo lo scenario di cui è protagonista attivo.

L’opera di Sánchez è incentrata sulla creazione di narrative visive utilizzando ogni genere di supporto e di strumenti. È infatti un artista multidisciplinare che usa come materiale di lavoro il cinema, il video, gli oggetti, le installazioni e le performance.  Decontestualizza gli oggetti per contestualizzare la soggettività, tracciando un arco che parte dall’attenta osservazione per arrivare alla cultura materiale ancestrale e alle pratiche rituali delle comunità andine odierne, un’azione che ha fatto di lui un narratore che procede lungo un presente che costruisce tracce per il passato di coloro che verranno. Questi segni e queste tracce sono le sue opere che dialogano con un futuro percepibile attraverso l’opera degli abitanti ancestrali delle terre americane, come se fossero dei reperti archeologici contemporanei.

Testimonianza del suo lavoro è il futuro del passato presente nel migrante che riconosce la propria casa come la somma delle proprie temporalità corporali. Un percorso che non è esente da conflitti tra i vari lasciti che rendono il Cammino Principale Andino una realtà storica che diventa un patrimonio riconosciuto al di là delle Ande.

Una delle sue opere più rilevanti è “Illa”, che fa propria l’iconografia del “Torito de Pukará”, una figura zoomorfica che gli abitanti delle zone rurali delle Ande posizionano sui tetti delle case affinché porti fertilità e benessere a coloro che vi dimorano, un connettore tra l’umanità e la divinità, un modo di intendere la creazione artistica come un contatto spirituale del creatore con il mondo. Segue la stessa linea un’altra sua opera presente in mostra, “Canto de la lluvia” (Canto della pioggia), una serie di fotografie aventi per soggetto delle patate –  il tubero di cui le Ande hanno fatto omaggio al mondo – e gli abiti delle donne andine, elementi che sparsi sul territorio tracciano una geometria vitale, testimone muto di un divenire quotidiano che si erge oltre i corpi per assurgere a simboli di quel modo di abitare.