Cecilia Vicuña, documenta 14, Kassel, 2017.
Foto/Jane England. Courtesy dell’immagine dell’Artista.

Cecilia Vicuña

Poetessa, artista visiva e cineasta cilena, ha compiuto i suoi studi a Santiago del Cile e a Londra. Nel Paese d’origine le sue opere multidimensionali hanno spianato la strada all’arte concettuale; queste si ispirano alla poetica del “precario” e propongono la configurazione di uno spazio relazionale tra soggetti e oggetti  a partire da azioni poetiche. Stabilitasi a New York nel 1989, Vicuña inizia a lavorare intorno a un complesso concetto che trae spunto dalla saggezza delle popolazioni ancestrali, dal linguaggio verbale, dalla trasmissione di una coscienza collettiva e dalla rivendicazione del ruolo della creatività femminile, per la quale è stata riconosciuta come una delle artiste latinoamericane più importanti nel panorama internazionale degli ultimi decenni.

Nella sua opera, la condizione “precaria” dell’esistenza richiama l’obsolescenza permanente degli oggetti e il loro ciclo di vita ancestrale e storico, è quindi immaginata da un corpo che la precede, laddove il corpo è il luogo che viene delineato oltre il territorio e al di qua del soggetto. Una delle sue prime opere è stata infatti immaginata e intitolata “Un Quipu que No Recuerda Nada” (Un Quipu che Non Ricorda Nulla” (1965), un’azione dematerializzatrice che appare prima nella visione di un corpo meticcio e che comincerà poi a usare come significante di un filo di lana non sottoposto al controllo formale del tessuto.

A detta dell’artista queste “poesie spaziali” sono azioni che rimandano alle genealogie formaliste della performance, attivano con molta forza, attraverso forme che citano il potere. In opere come “Burnt Quipu“ (Quipu Bruciato) vediamo giganteschi nodi annodati in enormi velli di lana non filata.

In questa mostra viene proiettato il film  “Quipu Mapocho”, che richiama le origini dell’artista, la cui nascita avviene sulle sponde del fiume Mapocho (termine che significa acqua dei mapuche). Questo fiume nasce nelle Ande, nel Cerro El Plomo, luogo che accoglie un santuario inca dove è stato rinvenuto il corpo mummificato di un bambino, attraversa il cuore della città di Santiago del Cile donando fertilità alle terre ancestrali, si immette nel fiume Maipo per sfociare infine nell’Oceano Pacifico. Un percorso naturale con una forte presenza di simboli e riferimenti vitali per l’artista, dai cui “nodi”, carichi di significato potente, concepisce un grande khipu su scala territoriale.

Cecilia Vicuña, documenta 14, Kassel, 2017.
Foto/Jane England. Courtesy dell’immagine dell’Artista.
Quipu Mapocho, 2017. Video (performance multimediale). Fiume Mapocho, Cile.
Co-prodotto da Cecilia Vicuña e INVERCINE per Moviemientos de Tierra, Museo Nacional de Bellas Artes, Cile, 2017. Courtesy dell’artista, Lehmann Maupin Gallery e INVERCINE.

Cecilia Vicuña

Poetessa, artista visiva e cineasta cilena, ha compiuto i suoi studi a Santiago del Cile e a Londra. Nel Paese d’origine le sue opere multidimensionali hanno spianato la strada all’arte concettuale; queste si ispirano alla poetica del “precario” e propongono la configurazione di uno spazio relazionale tra soggetti e oggetti  a partire da azioni poetiche. Stabilitasi a New York nel 1989, Vicuña inizia a lavorare intorno a un complesso concetto che trae spunto dalla saggezza delle popolazioni ancestrali, dal linguaggio verbale, dalla trasmissione di una coscienza collettiva e dalla rivendicazione del ruolo della creatività femminile, per la quale è stata riconosciuta come una delle artiste latinoamericane più importanti nel panorama internazionale degli ultimi decenni.

Nella sua opera, la condizione “precaria” dell’esistenza richiama l’obsolescenza permanente degli oggetti e il loro ciclo di vita ancestrale e storico, è quindi immaginata da un corpo che la precede, laddove il corpo è il luogo che viene delineato oltre il territorio e al di qua del soggetto. Una delle sue prime opere è stata infatti immaginata e intitolata “Un Quipu que No Recuerda Nada” (Un Quipu che Non Ricorda Nulla” (1965), un’azione dematerializzatrice che appare prima nella visione di un corpo meticcio e che comincerà poi a usare come significante di un filo di lana non sottoposto al controllo formale del tessuto.

A detta dell’artista queste “poesie spaziali” sono azioni che rimandano alle genealogie formaliste della performance, attivano con molta forza, attraverso forme che citano il potere. In opere come “Burnt Quipu“ (Quipu Bruciato) vediamo giganteschi nodi annodati in enormi velli di lana non filata.

In questa mostra viene proiettato il film  “Quipu Mapocho”, che richiama le origini dell’artista, la cui nascita avviene sulle sponde del fiume Mapocho (termine che significa acqua dei mapuche). Questo fiume nasce nelle Ande, nel Cerro El Plomo, luogo che accoglie un santuario inca dove è stato rinvenuto il corpo mummificato di un bambino, attraversa il cuore della città di Santiago del Cile donando fertilità alle terre ancestrali, si immette nel fiume Maipo per sfociare infine nell’Oceano Pacifico. Un percorso naturale con una forte presenza di simboli e riferimenti vitali per l’artista, dai cui “nodi”, carichi di significato potente, concepisce un grande khipu su scala territoriale.