Estefania Loiza Peñafiel

È un’artista visiva ecuadoriana che ha svolto il suo periodo di formazione a Quito, Lione e Parigi. In modo sottile le sue opere rivelano i paradossi dell’invisibilità attraverso i segni soggetti alla subalternità al potere. Le cancellature, le scomparse, le cecità e le assenze costituiscono la poetica che immette le opere dell’artista in una dimensione la cui strategia visiva si snoda delicatamente in mezzo ai suoi vuoti apparenti.

Ed è proprio per il senso racchiuso nelle sue opere che è stata invitata ad esporre in questa mostra dedicata al Gran Cammino delle Ande. Infatti, sebbene quello degli Incas sia stato l’ultimo sistema organizzativo umano presente nelle Ande prima che nel XVI secolo iniziasse il processo di colonizzazione europea, la proiezione della cultura andina percorre la linea del tempo e dal periodo coloniale e repubblicano giunge fino ai nostri giorni per essere interpretata e rivelare il potere di continuità e attualità di cui è dotata.

Per questo, l’artista ecuadoriana prende l’iconografia del cronista Felipe Guamán Poma de Ayala (1615) e la usa per il suo lavoro, nello specifico riproduce un momento particolare, quello in cui gli abitanti delle Ande e i conquistadores spagnoli si scambiano i propri prodotti. Nell’opera è riportata la traduzione spagnola di una frase in lingua quechua pronunciata dal personaggio inca, ovvero la domanda “voi cosa mangiate?” e la risposta del conquistador “quest’oro mangiamo”.

Si tratta della riproduzione su una parete, in scala gigantesca, di un disegno preso da un libro illustrato. Questa operazione visiva inoltre scalza il significante materiale del tratto, dal momento che il disegno è realizzato con della cioccolata, il cui processo di trasformazione ha avuto luogo in Europa, ma utilizzando il cacao originario dell’Ecuador.

Il chicco di cacao è il seme della macchia che si oppone alla superficie, e in quella difficile permeabilità indica la porosità refrattaria di un muro, dove l’immagine che affiora è il frammento di una cartografia segreta di corpi posti uno di fronte all’altro in un gesto che esprime offerta e ospitalità, restituendo l’immagine binaria di subalternità politica, dove il meticciato opera come la realtà di un nuovo mondo che si riconosce nello scambio di prodotti preesistenti. Quel dialogo con cui l’artista costruisce la macchia pittorica attraverso la cioccolata usata come significante, evidenzia la tensione tra la valorizzazione e il guadagno derivante da quanto è più prezioso per ognuno, come prova del complesso rapporto esistente tra la presenza in tempo reale di un’assenza futura come conseguenza della pressante attività

A certain idea of paradise 1. this gold we eat (following Guamán Poma de Ayala), 2020
Murale – performance. Cioccolato italiano elaborato con cacao ecuadoriano.

Estefania Loiza Peñafiel

È un’artista visiva ecuadoriana che ha svolto il suo periodo di formazione a Quito, Lione e Parigi. In modo sottile le sue opere rivelano i paradossi dell’invisibilità attraverso i segni soggetti alla subalternità al potere. Le cancellature, le scomparse, le cecità e le assenze costituiscono la poetica che immette le opere dell’artista in una dimensione la cui strategia visiva si snoda delicatamente in mezzo ai suoi vuoti apparenti.

Ed è proprio per il senso racchiuso nelle sue opere che è stata invitata ad esporre in questa mostra dedicata al Gran Cammino delle Ande. Infatti, sebbene quello degli Incas sia stato l’ultimo sistema organizzativo umano presente nelle Ande prima che nel XVI secolo iniziasse il processo di colonizzazione europea, la proiezione della cultura andina percorre la linea del tempo e dal periodo coloniale e repubblicano giunge fino ai nostri giorni per essere interpretata e rivelare il potere di continuità e attualità di cui è dotata.

Per questo, l’artista ecuadoriana prende l’iconografia del cronista Felipe Guamán Poma de Ayala (1615) e la usa per il suo lavoro, nello specifico riproduce un momento particolare, quello in cui gli abitanti delle Ande e i conquistadores spagnoli si scambiano i propri prodotti. Nell’opera è riportata la traduzione spagnola di una frase in lingua quechua pronunciata dal personaggio inca, ovvero la domanda “voi cosa mangiate?” e la risposta del conquistador “quest’oro mangiamo”.

Si tratta della riproduzione su una parete, in scala gigantesca, di un disegno preso da un libro illustrato. Questa operazione visiva inoltre scalza il significante materiale del tratto, dal momento che il disegno è realizzato con della cioccolata, il cui processo di trasformazione ha avuto luogo in Europa, ma utilizzando il cacao originario dell’Ecuador.

Il chicco di cacao è il seme della macchia che si oppone alla superficie, e in quella difficile permeabilità indica la porosità refrattaria di un muro, dove l’immagine che affiora è il frammento di una cartografia segreta di corpi posti uno di fronte all’altro in un gesto che esprime offerta e ospitalità, restituendo l’immagine binaria di subalternità politica, dove il meticciato opera come la realtà di un nuovo mondo che si riconosce nello scambio di prodotti preesistenti. Quel dialogo con cui l’artista costruisce la macchia pittorica attraverso la cioccolata usata come significante, evidenzia la tensione tra la valorizzazione e il guadagno derivante da quanto è più prezioso per ognuno, come prova del complesso rapporto esistente tra la presenza in tempo reale di un’assenza futura come conseguenza della pressante attività